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Un viaggio tra i profumi della Valle d’Itria, i ricordi di famiglia e la tradizione delle autentiche bombette pugliesi.

Ci sono città che si annunciano con un campanile, altre con il rumore del mare.

Martina Franca, invece, si fa riconoscere prima ancora di essere vista.

Arrivi in macchina, cerchi parcheggio tra le strade che salgono verso il centro, abbassi il finestrino per orientarti e, all’improvviso, lo senti.

È un profumo caldo, pieno, familiare.

Carne sulla brace.

Non importa da quale strada tu sia arrivato, né se sia la prima volta o se tu stia tornando dopo molti anni. Quel profumo sembra sempre aspettarti lì, sospeso tra le case bianche, i balconi di ferro battuto e la pietra chiara che conserva il calore del giorno.

È il primo benvenuto della città.

Prima delle chiese barocche, prima dei vicoli, prima delle piazze, Martina Franca ti parla attraverso l’aria.

E ti racconta che qui il cibo non è soltanto qualcosa da portare a tavola.

È un linguaggio.

In altri luoghi del mondo accade qualcosa di simile.

Ci sono città del Medio Oriente che profumano di cipolla arrostita, cumino e coriandolo. Ci sono strade d’Asia dove lo zenzero, la salsa di soia e le spezie escono dalle cucine e si mescolano alla folla. Basta respirare per capire dove ci si trova.

Ogni terra possiede un odore che le appartiene.

A Martina Franca quell’odore è la brace.

Camminando verso il centro, il profumo diventa più intenso. Esce dalle macellerie, si infila nei vicoli, resta attaccato ai muri e ai vestiti. Ogni tanto una porta si apre e lascia intravedere una stanza semplice, qualche tavolo, il fuoco acceso e una fila di involtini che cuociono lentamente.

Sono le bombette.

Piccole, strette, arrotolate con cura. Sembrano quasi modeste, viste così. Ma basta avvicinarle alla brace perché cambino natura.

Il grasso comincia a sciogliersi.

La carne si colora.

Il ripieno resta nascosto ancora per qualche minuto, come un segreto che non ha fretta di essere rivelato.

Poi arriva il profumo.

Ed è allora che la strada si ferma.

Le persone rallentano, si voltano, riconoscono quell’aroma prima ancora di vedere da dove provenga. È un richiamo antico, quasi domestico, che ricorda le domeniche, le tavolate lunghe, le sere d’estate e le voci che si sovrappongono davanti al fuoco.

Le bombette non sono nate per essere eleganti.

Sono nate per essere condivise.

Sono il frutto di una cucina capace di trasformare gesti semplici in memoria. Un pezzo di carne, un ripieno, una mano esperta che arrotola, uno spiedo e il tempo necessario perché il fuoco faccia il resto.

Ogni macellaio ha la sua ricetta.

C’è chi usa un formaggio più intenso, chi aggiunge un pezzo di capocollo, chi preferisce una farcitura più delicata. Le varianti cambiano da una bottega all’altra, ma la scena resta la stessa.

La brace accesa.

L’attesa.

Il profumo che si diffonde nella strada.

Forse è per questo che le bombette raccontano Martina Franca meglio di molte parole.

Perché racchiudono il carattere di questa terra: generosa senza essere rumorosa, ricca senza ostentazione, fedele alla tradizione ma capace di reinventarla ogni giorno.

E quando finalmente le assaggi, il sapore sembra già conosciuto.

Non perché tu l’abbia provato prima, ma perché il profumo ti ha preparato.

Ti ha accompagnato dal parcheggio fino al centro.

Ti ha guidato tra le strade.

Ti ha raccontato una storia prima ancora che qualcuno iniziasse a parlare.

Ci sono luoghi che si ricordano per ciò che si è visto.

Martina Franca, invece, resta nella memoria per ciò che si è respirato.

E quando si torna lontano, magari in una città dove l’aria profuma di altre spezie, di altri mercati e di altre cucine, basta il rumore di una griglia o una folata di fumo per ritrovarsi di nuovo lì.

Tra le pietre bianche della Valle d’Itria.

Con il finestrino abbassato.

E il profumo delle bombette nell’aria.

Il profumo dei ricordi

C’è sempre un momento, mentre passeggio per Martina Franca, in cui smetto di osservare le persone e inizio ad ascoltare i ricordi.

Basta una folata di fumo che esce da una macelleria, il crepitio della brace o il profumo della carne appena appoggiata sulla griglia.

In quell’istante torno bambino.

Le porte erano aperte.
La brace era già accesa.
E la macelleria piena di persone che attendevano il loro turno per ritirare l’arrosto.

Era un luogo dove la giornata di lavoro finiva e iniziava il piacere di stare insieme.

Ricordo le voci che si intrecciavano, le risate degli adulti e qualcuno che raccontava la settimana appena trascorsa, mentre il macellaio girava lentamente le bombette, i fegatini e la salsiccia sulla brace. Era un gesto semplice, ripetuto da sempre, fatto con la calma e la dignità di chi ama il proprio mestiere.

Quella macelleria apparteneva a mio zio.

Per noi bambini era quasi una seconda casa.

Il sabato sera tutta la famiglia, finito il lavoro, si ritrovava lì. Nessuno aveva fretta di tornare. Si parlava, si aspettava la carne, si condivideva il pane ancora caldo e si respirava quell’odore che, ancora oggi, per me significa semplicemente “casa”.

Forse è proprio per questo che ogni volta che torno a Martina Franca non cerco subito un monumento o una piazza.

Cerco quel profumo.

Perché ci sono profumi che non appartengono soltanto a una città.

Perché ci sono profumi che non appartengono soltanto a una città. Appartengono alla nostra memoria.

E forse è proprio questo il vero sapore di casa.